La pressione mediatica e il comportamento alimentare
“Portano il malato in un luogo di mercato affinché le persone che hanno sofferto di qualcosa di simile o hanno visto persone soffrirne, vadano da lui e gli diano consigli sulla sua malattia” questa frase tratta dalle “Storie” di Erodoto è la doverosa premessa al fine di giustificare la mia presenza fra i relatori del V Convegno Nazionale della Società Italiana sull'Obesità a Firenze. La titolarità a parlare della pressione che i media possono esercitare sulla condotta alimentare deriva dalla mia passata esperienza nel mondo della moda e dei disturbi del comportamento alimentare. Da questa esperienza è scaturito un romanzo “Milano Collezioni andata e ritorno” (Liberodiscrivere ed.) e, in collaborazione con un gruppo di dietisti e psicoterapeuti, un progetto di educazione alimentare dal titolo “In lotta con il cibo”, che viene proposto da alcuni anni nelle scuole italiane con la finalità di discutere con gli studenti dei problemi legati ai disturbi alimentari e all'alimentazione scorretta indotti, sempre con maggior frequenza, dallo specchio deformante della nostra società, complici la televisione e la moda e di illustrare, in seguito, i principi alla base di una corretta alimentazione, non omologata o imposta da “cattivi maestri”. Cattiva maestra è in primo luogo la televisione: stiamo vivendo in un'epoca nella quale il video ha trasformato l'homo sapiens in homo videns, nella quale cioè l'immagine ha spodestato la parola e di conseguenza l'immagine del corpo ha assunto un ruolo centrale nella costruzione dell'autostima dell'individuo (1). La ricerca dell'identità personale passa attraverso l'identità corporea: il corpo è diventato il luogo dove si esprime il potere e si esercita la repressione. Non è facile emanciparsi dall'impatto culturale che ha questa costruzione sociale di bellezza intesa come sinonimo di magrezza e gioventù, per questo motivo è diventata un'esigenza improcrastinabile far comprendere, soprattutto ai giovani, che la centralità della persona consiste nel sentirsi unici, senza bisogno di essere copie conformi a un modello prestabilito. Un modello che sovente induce a vivere il proprio corpo nell'imbarazzo e nel disagio a causa della sproporzione fra il corpo socialmente richiesto e l'immagine del proprio corpo che si rispecchia negli sguardi e nelle reazioni altrui (2). Diventa urgente, quindi, aiutare a ricomporre questo conflitto interiore fra il modello ideale irraggiungibile proposto dai media e la realtà costituita dalle peculiarità corporee che caratterizzano ogni individuo. L'univocità del modello corporeo proposto è evidente e i dati sull'aumento esponenziale delle malattie legate alla percezione fisica di sé lo confermano, come la crescente dismorfofobia ovvero la percezione del proprio aspetto esteriore come inadatto e inaccettabile (3). Diventa una condizione imprescindibile iniziare a guardare la televisione con occhi critici e iniziare a educare i giovani a una visione corretta della televisione stessa. Karl Popper, già all'inizio degli anni novanta, sosteneva come la televisione fosse entrata a far parte della quotidianità divenendo fonte di apprendimento e di educazione per i più giovani ma offrendo una lettura del mondo distorta (4). Purtroppo nella nostra epoca, caratterizzata da una crisi profonda delle istituzioni scuola e famiglia, ha guadagnato ampio spazio la sua azione didattica che propaga stereotipi di genere e consolida un modello di convivenza basato su una visione individualistica e consumistica della vita. Per far spegnere a un adolescente la televisione sarebbero necessarie valide alternative messe in campo da genitori e insegnanti. Ma, come sostiene in modo efficace Richard Sennett, in quest'epoca ci si sente facilmente idioti nel cercare di spiegare ai giovani l'importanza di impegnarsi a fondo per cercare di costruire la loro vita. Quanti adolescenti, infatti, posseggono gli strumenti critici necessari per decostruire le immagini che arrivano attraverso i media e attribuire a loro il giusto valore o disvalore? L'adolescenza rappresenta il momento di transito per poter passare dall'infanzia all'età adulta e gli adolescenti sprecano un'energia folle a trovarsi. Attraverso la potenza delle immagini mediatiche percepiscono il loro corpo come una proprietà di cui possono disporre per rendersi visibili e identificabili e, quindi, per individuarsi nella società. Il loro corpo diventa l'unica realtà certa e modificabile, attraverso una presunta volontà che può trasformarsi in delirio di onnipotenza, tipico dell'anoressia, oppure attraverso una totale mancanza di volontà, l'apatia dei bulimici, che sopraggiunge quando i traguardi risultano troppo ambiziosi e non si è capaci di sopportare la frustrazione generata dalla sconfitta. Il corpo dell'adolescente è, quindi, l'unico teatro dove si costruisce ed elabora l'identità personale (5), cercando di aderire a modelli irraggiungibili che vengono proposti in modo ingannevole anche dal mondo della moda che, attraverso immagini artefatte e lontane dalla realtà, suggerisce taglie socialmente invidiabili e porta a vivere con disagio la richiesta pressante di bellezza e con ossessione l'aspirazione a questa bellezza, vissuta come perfezione da raggiungere a ogni costo, e fonte di disordini alimentari e atteggiamenti rinunciatari davanti alla presa di coscienza della propria peculiarità corporea difforme dai diktat veicolati. Questo in quanto nella società contemporanea si è diffusa la convinzione che l'unico modo per essere accettati socialmente e riuscire nella vita sia corrispondere ad essi. Diventa, dunque, fondamentale e urgente offrire ai giovani altri modelli con cui identificarsi, modelli che dovrebbero essere ravvisabili nel mondo adulto e reale in quanto il perdurare della loro assenza è destinato a generare sempre più confusione fra i giovani, permettendo un'epidemia di narcisi che per il culto dell'immagine rischiano di mettere in atto condotte alimentari scorrette. Come l'approccio “dietomane” con il cibo, da una parte, e quello “emozionale” dall'altra che non permette di distinguere le emozioni dalla fame reale e induce a ricorrere al cibo per colmare vuoti affettivi o per placare frustrazioni. In presenza di adeguati modelli di riferimento meno ingannevoli e irraggiungibili, gli ingredienti per una corretta alimentazione sarebbero semplici: un'alimentazione sostenibile e piacevole che incoraggi le piccole quantità gustose e variate sulla triste monotonia di cibi presunti ipocalorici. Oltre all'attività fisica, non esasperata o inesistente come si assiste oggi, e alla gestione della mente unite all'esortazione a non arrendersi, concedendosi di essere umani e, dunque, accettando qualche cedimento senza cadere nello sconforto di aver totalmente fallito, in quanto nell'alimentazione come nella vita di tutti i giorni, i toni di grigio sono quelli veramente interessanti! (6) Che l'approccio dietomane per raggiungere falsi modelli mediatici sia fallimentare è evidente osservando i giornali e i libri, dedicati al problema del sovrappeso: propongono diete miracolose che dovrebbero consegnarci un mondo popolato da magri e non, invece, la pandemia di obesità che l'Organizzazione Mondiale della Sanità non ha esitato a definire globesità. Gli stessi DCA sono diventati una sorta di epidemia sociale e se diamo credito all'ultima indagine del Censis anoressia e bulimia sono le prime cause di morte fra le giovani di età compresa fra i 12 e i 25 anni e ne sono colpite circa 200mila donne. A conclusione di questo intervento vorrei introdurre il concetto di Amortalità (7) annoverato dal Time fra le “dieci idee che stanno già cambiando il mondo”. E' un neologismo, da non confondere con la parola di origine latina "immortale", che indica l'ostinato desiderio di non invecchiare dei baby boomers, i figli dell'edonismo che consumano compulsivamente e curano esasperatamente l'esteriorità: unica strada percorribile per riempire il vuoto interiore, la voragine che ha inghiottito ideologie e progetti etici condivisi, lasciando l'individuo inesorabilmente solo (8). Sulla scorta di questa crisi spirituale si ricerca l'eternità mediante la moderna arte plastica: proprio come in passato la religione offriva da adorare le reliquie dei santi conservate con la paraffina, adesso, in piena crisi di valori morali e religiosi, si diventa reliquie di se stessi (9). E' importante sottolineare come la fissazione per il corpo sia diventato il nuovo oppio dei popoli in quanto, di fronte alle pressanti incertezze degli amortali, il suo controllo permetterebbe, in apparenza, di combattere ansia e insicurezza: un viso e un corpo perfetto, conformi ai canoni estetici veicolati dai media, continuano a guardarsi nello specchio deformante del successo ma non raccontano più nulla della storia personale dell'individuo, di ciò che lo rende unico per quanto imperfetto (10). L'Amortalità coinvolge anche i giovani che, ancora adolescenti, ricorrono in modo massiccio alla chirurgia plastica per aderire ai medesimi modelli estetici di riferimento dei loro genitori. Consumisti ed edonisti, quindi, oltre che smarriti e confusi in quanto dal mondo adulto ricevono segnali di disarmante superficialità e preoccupante incoerenza. Un divario generazionale che sembrerebbe azzerato dall'aspetto esteriore unito al vuoto interiore che li omologa. Ci sarebbe, inoltre, un ulteriore fil rouge che lega i giovani-amortali ai vecchi-amortali rappresentato dalla Sindrome metabolica: una patologia, associata al benessere, dovuta all'eccessiva alimentazione unita all'assenza di movimento che comporterebbe un preoccupante aumento di peso e obesità nei giovanissimi e la percentuale di questi bambini-vecchi è in costante aumento. Bibliografia:
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Giovanni Sartori, Homo videns (ed. Laterza);
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Pierre Bourdieu, Il dominio maschile (ed. Feltrinelli);
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Lorella Zanardo, Il corpo delle donne (ed. Feltrinelli);
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Karl Popper, Cattiva maestra televisione (ed. Marsilio);
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Simonetta Marucci e Laura Dalla Ragione, “L'anima ha bisogno di un luogo” (ed. Tecniche Nuove);
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Monica Katz, No dieta (ed. Sironi);
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Catherine Mayer, "The Pleasures and Perils of Living Agelessly" (ed. Vermillion);
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Alessandro Barbano, “Dove andremo a finire” (ed. Einaudi);
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Gianluca Nicoletti, “Perché la tecnologia ci rende umani” (ed. Sironi);
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Michela Marzano, "Sii bella e stai zitta" (ed. Mondadori)







