La pressione mediatica e i disordini alimentari
La ricerca dell'identità personale passa ormai attraverso l'identità corporea, aderente al modello imposto dai media. Dilaga la dismorfofobia, il narcisismo, l'individualismo. Diventa improcrastinabile l'esigenza di adottare un modello "libero" appartenente all'essere che permetta di percepire nella mancanza non frustrazione, bensì un'opportunità per superare il limite.
di Ilaria Caprioglio
La centralità del corpo nella costruzione dell'autostima.
Stiamo vivendo in un'epoca nella quale il video ha trasformato l'homo sapiens in homo videns, nella quale cioè l'immagine ha spodestato la parola e di conseguenza l'immagine del corpo ha assunto un ruolo centrale nella costruzione dell'autostima di ciascun individuo (Giovanni Sartori, “Homo videns”, ed. Laterza). La ricerca dell'identità personale passa, sempre più spesso, attraverso l'identità corporea: il corpo è diventato il luogo dove si esprime il potere e si esercita la repressione. Non è facile emanciparsi dall'impatto culturale che ha questa costruzione sociale di bellezza intesa come sinonimo di magrezza e gioventù, per questo motivo è diventata un'esigenza improcrastinabile far comprendere, soprattutto ai giovani, che la centralità della persona consiste nel sentirsi unici, senza bisogno di essere copie conformi a un modello prestabilito. Un modello che sovente induce a vivere il corpo nell'imbarazzo e nel disagio, a causa della sproporzione fra il corpo socialmente richiesto e la propria immagine che si rispecchia negli sguardi e nelle reazioni altrui (Pierre Bourdieu, “Il dominio maschile”, ed. Feltrinelli). Diventa urgente aiutare a ricomporre questo conflitto interiore fra il modello ideale irraggiungibile e la realtà, costituita dalle peculiarità corporee che caratterizzano ogni individuo. L'univocità del modello proposto è evidente e i dati sull'aumento esponenziale delle malattie legate alla percezione fisica di sé lo confermano, come la crescente dismorfofobia ovvero la convinzione che il proprio aspetto esteriore sia inadatto e inaccettabile.
Gli adolescenti e i “cattivi maestri”.
Diventa una condizione imprescindibile educare i giovani a una visione corretta delle immagini che arrivano dagli schermi della televisione e del computer. Già all'inizio degli anni novanta Karl Popper sosteneva come la prima fosse entrata a far parte della quotidianità, divenendo fonte di apprendimento e di educazione offrendo, tuttavia, una lettura del mondo distorta (Karl Popper, “Cattiva maestra televisione”, ed. Marsilio). Nella nostra epoca, caratterizzata da una crisi profonda delle istituzioni scuola e famiglia, ha guadagnato ampio spazio la sua azione didattica che propaga stereotipi di genere e consolida un modello di convivenza basato su una visione individualistica e consumistica della vita. Quanti adolescenti, tuttavia, posseggono gli strumenti critici necessari per decostruire le immagini che arrivano attraverso i media e attribuire a loro il giusto valore o disvalore? Sarebbero necessari validi modelli alternativi messi in campo da genitori e insegnanti ma, come sostiene in modo efficace Richard Sennett, in quest'epoca ci si sente facilmente idioti nel cercare di spiegare ai giovani l'importanza di impegnarsi a fondo per cercare di costruire la loro vita. L'adolescenza rappresenta il momento di transito per poter passare dall'infanzia all'età adulta e gli adolescenti consumano molte energie per trovare una loro dimensione. Attraverso la potenza delle immagini mediatiche percepiscono il loro corpo come una proprietà di cui possono disporre per rendersi visibili e identificabili e, quindi, per individuarsi nella società. Il loro corpo diventa l'unica realtà certa e modificabile, attraverso una presunta volontà che può trasformarsi in delirio di onnipotenza, tipico dell'anoressia, oppure attraverso una totale mancanza di volontà, l'apatia dei bulimici, che sopraggiunge quando i traguardi risultano troppo ambiziosi e non si è capaci di sopportare la frustrazione generata dalla sconfitta.
La nuova epidemia sociale dei disordini alimentari.
Il corpo dell'adolescente è, quindi, l'unico teatro dove si costruisce ed elabora l'identità personale (Simonetta Marucci e Laura Dalla Ragione, “L'anima ha bisogno di un luogo”, ed. Tecniche Nuove), cercando di aderire a modelli irraggiungibili che vengono proposti in modo ingannevole anche dal mondo della moda che, attraverso immagini artefatte e lontane dalla realtà, suggerisce taglie socialmente invidiabili e porta a vivere con disagio la richiesta pressante di bellezza e con ossessione l'aspirazione a questa bellezza, vissuta come perfezione da raggiungere a ogni costo, e fonte di disordini alimentari. In quanto nella società contemporanea si è diffusa la convinzione che l'unico modo per essere accettati socialmente e riuscire nella vita sia corrispondere al modello imposto. Il perdurare dell'assenza di modelli alternativi, ravvisabili nel mondo adulto e reale, è destinato a generare sempre più confusione fra i giovani, permettendo un'epidemia di narcisi che per il culto dell'immagine rischiano di mettere in atto condotte alimentari scorrette. Come l'approccio “dietomane” con il cibo, da una parte, e quello “emozionale” dall'altra che, non consentendo di distinguere le emozioni dalla fame reale, ha permesso all'anoressia e alla bulimia di trasformarsi in una sorta di epidemia sociale che colpisce, in Italia, circa duecentomila donne e che è diventata la prima causa di morte fra le giovani di età compresa fra i 12 e i 25 anni.
Un nuovo modello che trasformi la mancanza in opportunità.
Il mondo adulto, sempre più fragile e privo di regole, dovrebbe assumersi l'onere di adottare un modello alternativo di vera libertà che non derivi dall'essere in possesso di qualcosa, siano essi mezzi economici o requisiti fisici, bensì che appartenga all'essere, “alla grandezza del suo desiderio, vero propulsore della vita e delle opere, capace di dilatare il campo delle possibilità, andando oltre il limite, tramutando l'ostacolo in punto di leva, trovando sempre nella mancanza l'opportunità” (AAVV, “Ricomporre Ipazia”, ed. Tribaleglobale 2010).







